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Introduzione del Prof. Franco Armento

Bernalda > 500enario fondazione città (1977) > Atti del seminario di studi:


Atti del seminario di studi

Da Camarda a Bernalda:
una memoria accusatoria settecentesca

Introduzione
Prof. Franco Armento
Storico di Bernalda


Festeggiare l'anniversario di qualcuno significa anche ripercorrere le tappe più importanti e significative che hanno contrassegnato la sua esistenza.
Bernalda, appunto, compie quest'anno 5 secoli di vita e, quindi, da parte dei suoi cittadini si avverte pressante l'esigenza di conoscere, di approfondire gli aspetti della storia civica.
Certamente, in 500 anni, una comunità -e poi non tanto piccola- ha dovuto registrare molti avvenimenti più o meno importanti che si sono susseguiti e generati l'uno dall'altro. Alcuni di questi, negli anni passati, sono stati affrontati e trattati con competenza e precisione di analisi (vedi i lavori di Angelo Tataranno, Dino D'Angella); di molti altri, purtroppo, non si conosce nulla, ovvero solamente deboli tracce tramandate da una tradizione orale, ripresa a volte dai rari scritti ottocenteschi che non possono sostituirsi ai documenti per quanto preziosi, sono questi che fanno la storia di un popolo, di una nazione.
Le opere di collazione, di sintesi, di aggiornamento, di ristampe commentate o chiosate, nel mentre risultano utili per alcuni aspetti, non provvedono certamente alla conoscenza storica quantitativa: è, mi si conceda la metafora, uno sterile razzolare nell'aia. Se Bernalda ha fame di storia, di conoscere meglio le sue radici, è necessario intraprendere la strada degli archivi, i magazzini della storia, visitare i luoghi deputati alla ricerca e provvedere poi alla interpretazione e divulgazione dei documenti, che solo potranno aggiungere nuove conoscenze o sopportare il "sentito dire" che, a volte, viene contrabbandato come "fatto storico" anche in momenti ufficiali.
E' pur vero che l'incuria, l'ignoranza, la povertà endemica della nostra comunità, coadiuvata dall'opera distruttrice del tempo, hanno praticamente devastata quasi tutta la miniera documentale dei secc. XVI, XVII, XVIII di cui la chiesa del tempo era redattrice e conservatrice. L'archivio della nostra Matrice, consultato negli anni '70, si riduceva ad uno scatolone contenente alla rinfusa pochi documenti di routine e insufficienti ad illuminare i punti bui della nostra storia patria. I documenti che ci riguardano sono conservati altrove, negli archivi arcivescovili di Matera, Acerenza, in quelli di stato di Matera, Potenza, Napoli, racchiusi nei diversi fondi che li costituiscono. Sono atti notarili, elenchi di tassazioni, visite pastorali, atti giuridici, corrispondenze ufficiali e personali con i diretti superiori, che aspettano di essere ripuliti dalla polvere dell'oblio che si è stratificata, presentati e conosciuti dalla nostra comunità, perché più chiaramente si delinei una storia esaustiva di Bernalda.
Dicevo prima che la nostra comunità ha bisogno di conoscersi meglio e questo non solo e non certo per un mero gusto di erudizione, ma soprattutto perchè sono convinto che la conoscenza del passato è in grado di farci approfondire la consapevolezza del presente, di mettere a fuoco la nostra identità. Aver concertezza del proprio stato determina la capacità di programmare consapevolmente il futuro. La storia, quindi, non come sterile curiosità o semplice conoscenza, ma come strumento pragmatico di vita, di miglioramento della condizione della stessa.
Se crederemo in questi presupposti, dovremo convincerci della validità della cultura storica che non si inventa negli anniversari, ma dovrà continuamente vivificare il nostro corpo sociale, anche dopo che i festeggiamenti per il 5' anniversario saranno passati. La cultura storica locale, i cui esponenti con piacere vedo qui riuniti questa sera, dovrà avere la forza e la costanza di agganciarsi e coinvolgere le scuole presenti sul nostro territorio. In esse, e quindi nelle giovani Generazioni, si dovrà seminare e coltivare il germe della storia patria se vogliamo che il discorso, avviato in maniera forte in questa circostanza, non ristagni e non resti un momento isolato destinato a cadere nella dimenticanza.
In tal senso è apprezzabile e degna di lode la sensibilità mostrata dalla Pro Loco che ha voluto privilegiare in questa iniziativa la scuola. Non è un caso, ma rientra in un programma preciso, se ad ospitarci sono dei locali scolastici. 1 giovani sono i nostri interlocutori e destinatari privilegiati e dal mondo della scuola, dell'Università di Bari, giunge questa sera, a noi molto gradita, la presenza del prof. Alfonso Falco che ci presenterà un documento, nell'accezione di cui parlavo, che è un "tranche de vie" della nostra comunità e soprattutto, ritengo, ci offrirà indirettamente una metodologia da seguire per lo studio e la interpretazione del documento.
Il prof. Alfonso Falco, insigne ricercatore, ha scoperto in una miscellanea storica riguardante il Regno di Napoli, conservata nella Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti di Bari, un atto accusatorio pubblicato in Napoli il 20 giugno 1743, redatto da tal Domenico Antonio D'Avena.
Si tratta, in sostanza, di una requisitoria scritta riguardante fatti verificatisi nel settembre del 1734 quando " alcuni Bernaldesi con violenza" andarono a devastare le difesa dell'Avenella di proprietà dei Padri Benedettini di Montescaglioso.
La vexata questio dei terreni demaniali tra le due comunità non solo rappresenta un motivo conduttore lungo i secoli e fino a nostri giorni, ma ha consentito di mantenere vivo il ricordo delle origini di Bernalda attraverso le memorie che i giureconsulti delle due parti -in epoche passate- presentarono ai vari tribunali del tempo ( Gran Corte della Vicaria, Sacro Regio Consiglio, Commissione Regionale). Ed in effetti, buona parte delle notizie storiche del nostro paese sono ricavate non tanto dai documenti di "prima mano", pressocchè inesistenti, quanto dalle cronistorie che costituivano le parti probatorie delle posizioni sostenute.
Prima di tutti ricordiamo la "Istoria Civica de Bernalda" di Filippo Ambrosano, che tanto spazio dedica alla questione demaniale con Montescaglioso e, nel sostenere la promiscuità dei demani derivante dallo jus filitionis, ripercorre le tappe salienti della storia locale.
E' il caso, poi, della relazione "Cenni storici sulle origini e vicende di Bernalda olim Camarda" dell'avv. Antonio Giordano, commissionatagli dal Consiglio Comunale che, nella seduta del 14 dicembre 1924- presieduta dal Sindaco Achille Armento verrà letta e approvata all'unanimità, nonchè inviata al Commissario regionale per la liquidazione degli usi civici.
In tempo successivo, 1955, si ricorda la "Documentazione e considerazioni storico-giuridiche nel contenzioso: Comune di Bernalda contro comune di Montescaglioso" di F. Iurilli, citata nella relazione che stiamo per ascoltare.
Essa stessa rappresenta interessanti riferimenti e precisazioni di natura storica. Ancora, un documento del '600 che proprio in questi giorni sto trascrivendo e che si riferisce alle turbolenze perpetrate dai bernaldesi nelle difese di S.Michele Arcangelo di proprietà del Monastero di San Lorenzo di Padula, evidenze fatti storici anteriori.
Si potrebbe affermare, senza molto allontanarsi dal vero, che queste secolari contese e rivendicazioni di terreni hanno degnamente sostituito la carenza documentaria della storia di Bernalda.
E, volendo entrare nel merito, riassumo brevemente i termini della questione, per richiamare alla nostra memoria i momenti salenti e necessari ad inserire opportunamente l'oggetto del presente studio.
Nel casale di Camarda, sia nel primitivo insediamento nei pressi della Chiesa di San Donato, sia quando il Principe Pirro del Balzo, intorno al 1440, spostò lo stesso in un luogo più salubre e distante poco più di un chilometro dal precedente insediamento e la difesa "fu ridotta in cultura a demanio e lì fè l'abitazione di mille case", poichè era aggregato al territorio della Contea, i Camardensi "poterono indisturbati esercitare il loro diritto agli usi civici su tutto il territorio dell'Università" ricorda la relazione del Giordano". Ma dopo la concessione in feudo nobile i Bernaldesi si videro costantemente (limitati) nell'esercizio dei loro diritti".
Il casus belli tra le due università limitrofe non tarda a manifestarsi e già nel 1515 le parti avverse sono costrette a redigere una prima convenzione che si prefigge di chiarire i confini della difesa di Camarda. Passano appena 5 anni, è sempre il Giordano, "crica il 1520 sorta contesa tra il Monastero di S.Michele Arcangelo, l'università di Montescaglioso e Bernalda, per la contaminazione della difesa Avinella furono redatti due pubblici istrumenti( ... ) si stipulava la concordia fra le parti litiganti e si precisava che( .... ) tutto l'altro territorio restava in comune demanio a pascolo per gli animali dei cittadini di Montescaglioso e Bernalda".
Le incomprensioni, le ostilità non sono messe a tacere da questo secondo accordo: una volta l'università di Montescaglioso, un'altra i Padri Benedettini molestavano i Bernaldesi nelle loro proprietà e terreni, tanto che sono costretti a rivolgersi al Sacro Regio Consiglio che, nel 1579, sentenzia in questi termini: " Comuni voto declaratum est.Universitatem et homines Bernaudi esse manutenendos in possessionem pasculandi, acquandi, legnandi et pemoctandi in territorio Montecaveosi, et proinde dicta universitas condemnetur ad desistendum a turbationibus".
Il periodo di pace dura poco tempo, perchè i Montesi subito dopo chiudono l'accesso dei demani ai Bernaldesi, con la scusa di dover consentire la crescita dell'erba occorrente per il pascolo invernale.
E poi interverranno le conseguenze del 1648 che da Napoli si fecero sentire in tutto il resto del regno. I Bernaldesi, approfittando del momento di confusione, invasero la difesa dei Benedettini e ne spostarono i termini lapidei, con conseguente denuncia, processo e condanna a spese dei nostri cittadini.
Nel 1710 il marchese D.Paolo Cattaneo chiese di poter esigere le tassazioni per la Lumella, considerato difesa di natura feudale. Il Sacro Regio Consiglio, dopo accurate indagini, sentenziò il diritto dei Bernaldesi a poter pascere e regnare anche in questo territorio, rigettando le pretese del marchese.
Ancora nel 1740 il Sacro Regio Consiglio riconosce ai nostri concittadini il diritto di promiscuità "in toto territorio Montecaveosi", ne ordina la redazione di mappe catastali e quantifica l'estensione in circa 9000 ettari di demanio. Poichè questa sentenza danneggiava notevolmente gli interessi feudali e demaniali di Montescaglioso, l'allora barone spinse il suo segretario, Felice Fortunati, a trafugare dal Grande Archivio le mappe e documenti che si riferivano a quest'ultima sentenza.
La continua lotta di interessi, fatta anche di colpi bassi, di cavilli, accompagnerà dall'inizio tutta la storia di Bernalda e avrà termine solamente nel 1978, quando il Commissario Liquidatore per gli usi civici, con sentenza definitiva, porrà termine al secolare contenzioso.
E' proprio in quest'atmosfera di lotta per la rivendicazione di terreni e proprietà che si inserisce la memoria accusatoria del D'Avena che sta per esserci presentata.
Il documento, su cui si incardina la relazione del prof. Falco, si compone di una premessa dei fatti e di tre successive parti:

- nella prima il D'Avena, con argomentazioni puntuali, che rasentano la petulanza, e in uno stile di alta retorica giuridica (che verrà risparmiata ai presenti) dimostra che i confini dei Benedettini sono comprovati da antiche scritture;

- nella seconda che i confini dichiarati dall'Università di Bernalda non sono supportati nè da documenti scritti, nè da prova di antico possesso;

- nella terza l'estensore della memoria sostiene che l'università di Bernalda dovrà essere condannata a pagare le spese sostenute per il processo e che i cittadini siano severamente puniti.

Ma furono realmente puniti i nostri concittadini per quest'atto di violenza e sopraffazione nei confronti dei Padri benedettini?
Non ci è dato conoscerlo, in quanto il documento rappresenta solo la parte espositiva dei fatti e non già la sentenza dell'organo giudicante.
Ma la perizia del prof. Falco non consiste solo nell'aver ritrovato e trascritto la memoria accusatoria, bensì nella capacità di risalire dal settecentesco documento all' ignobilis pagus del XIV sec., attraverso anche un'affascinante ipotesi circa la legittimità di infeudazione di Bernalda, poggiante sul principio giuridico del "quod nullum est, nullum producit effectum", per cui Federico 1° d'Aragona, per motivi ereditari che saranno esposti, non avrebbe potuto infeudare del casale di Camarda il cosentino Bernardino di Bernaudo.
Non anticiperò di più circa questa suggestiva ipotesi ereditaria, per non togliere all'uditorio il piacere che certamente proverà nell'ascoltare dalla viva voce del relatore. Questo rappresenterà il primo punto della relazione.
Il secondo riguarderà l'annosa questione dei confini demaniali discussi, questa volta, su documenti che vanno a sopportare il "sentito dire".
Operazione di ricerca storica veramente valida, puntuale e benemerita, e sono certo che dopo l'esposizione tutti i presenti vorranno concordare con il sottoscritto in questo giudizio lusinghiero, che mi posso permettere di anticipare, in quanto mi è stata concessa la possibilità di leggere in anteprima quanto stiamo per ascoltare.
Ed è con vero piacere che passo la parola al prof. Alfonso Falco. (testo rivisto dall'autore)

 
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