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Intervento del Prof. Angelo Tataranno

Bernalda > 500enario fondazione città (1977) > Atti del seminario di studi:


Atti del seminario di studi

Da Camarda a Bernalda:
una memoria accusatoria settecentesca

Intervento
Prof. Angelo Tataranno
Storico di Bernalda

Voglio vivamente complimentarmi con il prof. Falco e ringraziarlo per la vasta ed approfondita relazione offertaci questa sera. Abbiamo avuto modo di apprendere molte notizie e non pochi ragionamenti che riguardano la nostra Città. lo intervengo per sottolineare alcuni aspetti, in modo molto disordinato, soprattutto per mettere in evidenza l'encomiabile lavoro del prof. Falco il quale da un documento, quale è questo del D'Avena, che rappresenta una memoria giudiziaria di parte, si è diffuso sul tema della legittimità della nascita di Bernalda. t un tema interessante per la verità, ancorché assolutamente controverso, nel senso che se fosse ancora sostenibile quella tesi, che pure all'epoca di Ferdinando I fu sostenuta, dovremmo dedurre che da 5 secoli ed oltre viviamo nella illegittimità dell'esistere. Ci sono una serie di realtà che sono nate successivamente e sono nate tutte in funzione di quel principio di autorità che poi era stato risolto. Rassicuro perciò i concittadini e li invito a non farsi venire alcuna angoscia: abbiamo titolo e legittimità all'esistenza come comunità. Si tratta di una legittimità che naturalmente è andata costruendosi nel corso dei secoli. Per cui il principio, giuridicamente ineccepibile sul piano della teoria del diritto medievale, consumatosi nell'ambito della pura teoria, non ha conseguenza nei fatti.
Quel che è interessante, in questa lunghissima vicenda giudiziaria, di cui mi ero occupato in occasione della inaugurazione delle celebrazioni di questo quinto centenario della fondazione di Bernalda, è raccolto in un saggio che esce in questi giorni a mia firma pubblicando un documento di Ambrosano. (Colgo l'occasione di questo intervento per fare una promozione commerciale).
E' una storia che non ha mai preso in considerazione l'eccezione ricavata dal prof. Falco. Questo è interessante sul piano del fondamento giuridico, perché nel corso dei 5 secoli, né attraverso le diverse sentenze, né in ciò che abbiamo rinvenuto in qualche brandello di memoria difensiva, il riferimento alla nullità degli atti di infeudamento per vizio di legittimità della fonte, (cioè della non legittimità del sovrano ad emanare provvedimenti di tal natura a causa della sua condizione di crede illegittimo degli aragonesi) non è mai stata invocata neanche dai Benedettini che pure, bisogna dirlo, erano dei grandi maestri del diritto oltre che dei professori ineguagliabili in falsificazione di documenti.
Erano degli specialisti della falsificazione.
L'anno scorso, nel corso di una bellissima mostra tenuta a Castel Lagopesole, sono stati presentati alcuni interessanti quaderni di esercizi di falsificazione di atti ai quali i monaci benedettini dell'Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso attendevano quotidianamente per molte ore. Forse per più ore di quante dedicavano alla preghiera.
La cosa non deve meravigliarci eccessivamente, perché dalla falsificazione degli atti essi traevano poi motivi per accampare diritti nelle varie e numerose controversie, non ultima quella della Difesa di cui stasera abbiamo avuto una dettagliata notizia. Se questa fosse l'unica nostra fonte di conoscenza dei fatti, e non avessimo cognizione di un contesto più ampio, saremmo certamente indotti a ritenere che questa volta avevano ragione i Reverendi Padri.
Vi assicuro che anche questa volta avevano torto i monaci. Puntualmente avevano torto perché tutta la discussione dà per scontato intanto che si sia trattato di una occupazione di terra, presuntivamente appartenente ai monaci.
Il punto di scontro sta proprio qui. 1 monaci ritenevano, in virtù di falsi atti, che quelle terre fossero di loro appartenenza mentre i bernaldesi sostenevano esattamente il contrario. Il problema, infatti, riguardava l'individuazione dei confini di proprietà. Non a caso nella memoria del D'Avena si ricorre, come in altri documenti, alla descrizione dei confini riconosciuti da questo o quell'altro tavolario. Non si può infatti documentare una occupazione delle terre nel momento in cui non è certa l'individuazione dei confini della proprietà. Proprio perché la confinazione era incerta nasceva lo scontro giudiziario e talvolta anche quello fisico, come più volte nella storia si è registrato e documentato. t accaduto anche abbastanza spesso che i confini, i cosiddetti' "'termini lapidei" venissero rimossi e spostati secondo l'interesse e le esigenze delle parti, per cui ciascun misuratore prendeva atto di quello che trovava sul terreno, e quello attestava come dato inconfutabile. In qualche caso i segni della confinazione erano stati segnati su antichi alberi, per cui bastava abbatterli per non far ritrovare i confini, i cui segni venivano affissi su altri antichi alberi lontani da quelli originali di cui non si trovava più traccia. Esercizi di tal genere, bisogna dire con onestà, venivano esercitati da parte di tutti i contendenti.
In questo stesso contesto si colloca quell'interessantissimo riferimento fatto dal prof. Falco "al gioco dei nomi" delle contrade o delle tenute agricole.
E' difficile a dirsi se sia stata studiata una vera e propria strategia all'epoca. lo punto a credere che sia stato così. Accadeva infatti che ciascuno chiamava la stessa contrada con nomi diversi. Addirittura è possibile trovare situazioni nelle quali la stessa contrada, dalle stesse persone, in momenti diversi viene chiamata con nomi diversi. Tutta la controversia con i Benedettini sul demanio Campagnolo è simpaticissima, perché sulla scorta del fatto che due aree contigue venivano chiamate con lo stesso nome "Demanio Campagnolo" si scatenò un'altra guerra infinita.
C'era infatti un "Demanio Campagnolo Piccolo " che era di 700 tomoli ed un "Demanio Campagnolo Grande " che era di 7000 tomoli. Sul Demanio Grande avevano diritto di esercitare gli usi civici tutti, tanto i bernaldesi quanto i montesi e i Padri Benedettini. Sul "Demanio Campagnolo Piccolo invece, avevano diritto soltanto i monaci. 1 monaci approfittando del fatto che queste aree si chiamavano genericamente "Campagnolo" accampavano diritti esclusivi di esercizio di usi civici fino al punto di chiudere a "Difesa" tutto il demanio.
Fu questo l'unico caso in cui montesi e bernaldesi insieme fecero guerra ai Benedettini che avevano una mania di espansione esercitata senza risparmio nel corso dei secoli. Se vi fosse necessità di confermare, in linea generale, questa tendenza, basterebbe ricordare che il primo documento della Lingua italiana, il famoso "Placito Cassinese", altro non è che "una dichiarazione a verbale" di una testimonianza in una controversia di confini insorta tra i Benedettini di Montecassino ed alcuni confinanti : "Sao Ko Kelle Terre...".
Nel 1500, dopo la redazione dell'atto "Caposanto" del 1485, cominciò la prima lite tra quelli della Terra di Bernaudo e i Reverendi Padri. Piccola parentesi: non c'è Bernalda in questa epoca, né Bernardino Bernaudo ha mai inteso dare il suo nome ufficialmente a questa terra, per molto tempo, infatti, si è parlato e si è scritto "Terra Bernaudi". Si tratta di un altro aspetto, certo non marginale che si pone allo storico.
In tutti i documenti fino al 1700 si utilizzano tre elementi che accompagnano il nome del sito o dell'Università: pagus ignobilis, Casale, Terra.
"Terra" è un istituto che ha dimensione giuridica. E' interessante questo riferimento alla Terra perché dà l'idea di un'attività economica. Quindi sulla terra si lotta nel 1500 in punto.
Nel 1501 probabilmente Camarda è stata rasa al suolo, non sappiamo se ciò sia accaduto nel 1501 o nel 1528, sappiamo di certo che avvenne ad opera (nell'uno o nell'altro caso) ad opera dei francesi per via dell'ampia attività di politica antifrancese degli aragonesi, in cui in nostro Bernardino De Bemaudo è stato un grande protagonista.
Bemaudo fu un uomo di Stato di primissima levatura ancorché non citato nei libri di storia. Egli è stato un esperto di politica internazionale di prima grandezza nel suo tempo.
Fu ambasciatore degli Aragonesi presso il Papa, a Firenze in Spagna. Fu ambasciatore in Francia. Era un uomo che girava il mondo.
Abbiamo notizia che fu Pirro del Balzo ad utilizzare Bernardino De Bernaudo come toparca, cioè come riscossore di tasse. Se la decisione di spostare il sito di Camarda (vecchia San Donato) nella parte nuova per costruirci 1000 case fu di Pirro del balzo tra il 1470 ed il 1480, secondo quanto viene ricordato anche nella memoria del D'Avena, allora si pongono altri problemi che la stessa memoria difensiva dei benedettini forse all'epoca non considerata nella giusta dimensione. Se infatti dobbiamo intendere quelle "1000 case" nel senso di edifici che potessero ospitare famiglie, ciò significherebbe che Camarda ospitava 1000 famiglie ed aveva perciò una consistenza urbana di rilevo. Ciò equivarrebbe ad affermare che un "ignobilis pagus" aveva una popolazione enorme, di gran lunga superiore a quella di Montescaglioso ed a quello di Pisticci e di quant'altro intorno.
Se fossero state anche soltanto 1000 stanze per dire 1000 abitanti avrebbe rappresentato una costituzione demografica di rilievo.
Allora, sulla scarsa importanza o sull'ignobilis pagus che sarebbe stata Camarda c'è da riflettere, anche per quell'invito che fa Dino D'Angella e che facevano anche gli altri amici stasera.
Approfondire questi aspetti è importante probabilmente, consentitemi questa conclusione autoironica, se è vero (come i nostri vicini amano affermare) che i bernaldesi sono "pagliosi", alla luce di questi fatti avrebbero diritto ad esserlo anche un po' di più. (testo rivisto dall'autore)


 
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